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NOTE DI REGIA PINOKKIO

Eccomi giunto al quinto spettacolo messo in scena con questa anomala e variegata compagnia teatrale. Dando uno sguardo al passato mi trovo a riflettere su quanto differenti fra loro siano state le scelte operate nel corso di questi lunghi anni di attività. Il fil rouge che ha legato fin qui tutti gli spettacoli è senza dubbio il genere musicale ma che differenze di drammaturgia! Di narrazione! Di messa in scena! Ed eccomi questa volta alle prese con la più “classica” delle fiabe: Pinocchio.

Certo non ho scelto Pinocchio perché la sua lettura mi abbia particolarmente appassionato negli anni dell’infanzia, tantomeno per la ricorrenza dei centotrent’anni dalla sua prima pubblicazione a puntate sul “Giornale per i Bambini” o per il fatto che sia il libro tradotto in più lingue al mondo e il più letto, pare, dopo il Corano e la Bibbia.
Neanche il suo naso che cresce a dismisura quando dice le bugie si può considerare una valida motivazione anche perchè Carlo Lorenzini, in arte Collodi, con la sua pur geniale invenzione, ha imprigionato Pinocchio in un’icona simbolica della menzogna, fatto che ha inevitabilmente offuscato molte caratteristiche ben più interessanti del mirabolante burattino che, in fin dei conti, in tutta la sua storia, dice si e no due o tre bugie e, per di più, tutte a fin di bene.
No, l’interesse per Pinocchio è di ben altra natura e nasce da ben altre considerazioni: il burattino è curioso, ribelle, sfaccendato, disobbediente, ingenuo. Forse proprio perché è un burattino e non ha potuto, come tutti i bambini, condividere con i genitori quel processo educativo in grado di affrancarci da lestofanti e mariuoli, fatto questo che lo rende spesso inevitabilmente una vittima e che me lo rende innanzitutto simpatico; ma soprattutto me lo fa percepire molto simile agli interpreti della mia compagnia: i detenuti.

All’inizio dello spettacolo Pinocchio, con un’eco Shakespeariana, si domanda se “sia più nobile soffrire l’accettazione passiva della volontà altrui che fa di noi il suo burattino… oppure lottare, far valere la propria volontà ed affrontare un mare di affanni con l’illusione di sconfiggerli e trovare la pace…”
Cosa ci fa più male? (o cosa ci fa più bene?) l’essere manovrati da altri o l’essere liberi? Dove sta il male (o il bene) fuori o dentro di noi? E cosa ci può migliorare? L’esperienza o la punizione? Belle domande da porsi quando si lavora con una compagnia come la mia, non vi pare?
L’altro elemento di interesse è una certa inquietante analogia dei nostri tempi con quel periodo post risorgimentale durante il quale Pinocchio è stato concepito, conteso fra laici e cattolici per il significato della sua morale, vittima di una giustizia che ci può apparire addirittura familiare: condannato al carcere da un giudice-gorilla per essere stato derubato delle cinque monete d’oro, Pinocchio dovrà poi, da innocente, confessarsi colpevole per usufruire dell’amnistia riservata ai delinquenti.

Insomma… un mondo alla rovescia nel quale non è poi così difficile riconoscersi.

Ma poi, in fin dei conti, in questo spettacolo, la favola di Pinocchio è solo un pretesto: il palco si popola fin da subito di personaggi usciti dalle vaghe reminiscenze di altre fiabe che si contendono il burattino per assecondare i propri vizi o le proprie virtù fra i disperati tentativi di un direttore di scena, che ci ricorda molto da vicino il capocomico de “I sei personaggi”, per far rispettare da questi attori improvvisati un copione malconcio.
Ma questa volta la lezione pirandelliana appare stravolta: i “personaggi” di questo visionario Pinocchio non si preoccupano di trovare un autore in grado di restituirli al palcoscenico, bensì tentano continuamente di forzare la storia a proprio vantaggio in un alternarsi di istanze che conducono inevitabilmente verso il caos.
E quando, oramai persi e disorientati, urlano disperati al direttore di scena: Come finisce questa maledetta storia? – alla domanda – Ma come? Non sapete che Pinocchio, alla fine della storia, diventa un ragazzo perbene? – quasi recuperando la volontà dell’autore, che non aveva scritto la battuta finale aggiunta poi dall’editore, rispondono: Un ragazzo per bene? Senti amico, questo non è proprio nelle nostre corde!

Se non fosse stato per le insistenze dei suoi piccoli lettori e per assecondare le esigenze commerciali del suo editore, Collodi, che per altro inventò la storia di Pinocchio per pagare debiti di gioco, l’avrebbe terminata al capitolo quindici, dopo le avventure più torbide e perciò meno stucchevoli, con Pinocchio morto impiccato. E questo nostro Pinocchio tenta, almeno in parte, di recuperare queste originarie intenzioni: prima del sorprendente finale nel quale, forse per la prima volta in teatro, veri agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria fanno un’incursione in palcoscenico per recitare a fianco dei detenuti, i personaggi della vicenda approdano finalmente al Paese dei Balocchi, che altro non è se non una fetida discarica sulla riva di un mare inquinato, e alle rimostranze dei suoi ospiti Lucignolo risponde con una battuta che racchiude forse il senso dell’intero spettacolo: “L’inquinamento è il prezzo del benessere…” come a dire: attenti a quello che fate, c’è sempre un prezzo da pagare!

Sandro Baldacci

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